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sabato 5 gennaio 2019

Pirandello al teatro Gentile


Un divano occupato da orsacchiotti di pezza, tra i quali si siede il professore, tenendo qualche altro peluche in braccio: in fondo basta questa singola scena della rappresentazione di Pensaci, Giacomino, di Luigi Pirandello, per comprendere non solo la figura del protagonista, ma anche la commedia in se stessa. Quegli orsetti trasmettono l’idea del gioco (o del carattere giocoso, volendo utilizzare la definizione della poetica callimachea coniata da Bruno Snell), che, a ben vedere, è il motore di tutta la vicenda. Il professore Augusto Toti, infatti, pur essendo avanti con gli anni, decide di sposarsi per un gioco ai danni dello Stato: sente che non gli resterà molto da vivere e che la sua pensione, erogata per così breve tempo, non potrà ricompensare i suoi trentaquattro anni di servizio. Da qui l’idea, che somiglia a un divertente scherzo, di scegliere addirittura una donna giovane, in modo che lo Stato paghi almeno per cinquant’anni dopo che muoio! E lo scherzo è duplice, trattandosi di un matrimonio fittizio: il professore è ben deciso ad accogliere in casa propria una donna così giovane soltanto come figliola. Ma, nella duplicità della beffa, dovremmo piuttosto leggere il confine tra il giocoso e il serio, particolarmente labile nella commedia di Pirandello, tant’è che il protagonista lo oltrepassa più volte. Il professore, infatti, non sposa una ragazza qualsiasi, ma una giovane, Lillina, che ha realmente bisogno di una famiglia che la accolga, essendo stata allontanata dai genitori naturali a causa della sua gravidanza; e, insieme a lei, accoglie il bambino (cui appartengono i già citati peluche…) e il padre di quest’ultimo, quel Giacomino presente nel titolo. Fin qui quello che vediamo sulla scena; ma a tutto questo si contrappone il fuori-scena, fatto delle chiacchiere, dei pettegolezzi, dei giudizi insistenti e fuorvianti, che finiscono inevitabilmente per influenzare quello che avviene sulla scena, avanzando verso di essa in maniera tanto prepotente da invaderla per mezzo della scenografia (costituita da ingombranti volti pronti a giudicare, che sbirciano da dietro le pareti degli spazi chiusi in cui è ambientata la vicenda). Alcuni personaggi sono ambasciatori di tali dicerie, come il preside, che si reca a casa del professore per convincerlo a lasciare l’impiego, in quanto la sua presenza danneggia l’istituzione scolastica, o la madre di Lillina, che, colpendosi le gote con entrambe le mani, declama: Ancora non ho perso questo divino rossore che ho sulle guance (e in questa frase potremmo leggere un’eredità della shame culture omerica: ho troppo rossore dei Teucri e delle Troiane lungo peplo, Il. VI, v. 442). Lo stesso Giacomino rischia di allontanarsi da Lillina, lasciandosi fuorviare dal moralismo della sorella e di un prelato.
La farsa, dunque, non è il matrimonio, ma è quella inscenata per mezzo di un moralismo esteriore e falso, indossato come una maschera che ponga al riparo dalle chiacchiere della gente. Nel gioco del professore, invece, c’è tutta la sua serietà, tutta la sua capacità di osservare il reale andando oltre le maschere, che cita espressamente all’inizio della commedia. Egli, infatti, asserisce di recitare il proprio ruolo di insegnante nello stesso teatro in cui i ragazzi recitano quello di alunni, deridendolo da dietro i banchi, ma rispettandolo come persona fuori dalla scuola.
La vita è un gioco di maschere: Pirandello ce l’ha insegnato diversi decenni fa, ma noi per comodità, per convenzione, per rossore fingiamo (!) di dimenticarcene.

Nicoletta Deni, V A

venerdì 2 febbraio 2018

Lo sapevi che...? Curiosità su Cittanova

  • Cittanova, al momento della fondazione (12 agosto 1618), si chiamava “Nuovo casale di Cortoladi”, in seguito “Casalnuovo” e solo dal 1852 “Cittanova”.
  • Il paese fu distrutto da due grandi terremoti: Il primo nel 1638; nel 1783 il secondo, che fu denominato “Flagello” per i disastri causati nell’intera regione. In entrambi i casi il paese fu completamente ricostruito
  • Il principe di Gerace, Girolamo Grimaldi, fece costruire proprio a Cittanova il suo palazzo.
  • L'albero presente nello stemma del comune (VEDI IMMAGINE) è un riferimento ad un rigoglioso pino realmente presente a Cittanova, che si trovava vicino la chiesa dei santi Cosma e Damiano.
  • Nel 1943 Cittanova fu colpita da un bombardamento; secondo molti a causa di un tendone da circo scambiato per un obiettivo militare.
  • Il luogo più noto del paese è la Villa comunale. Così ne parla Vincenzo de Cristo, illustre storico cittanovese:
    “Se una cosa c’è di cui va orgoglioso il cittanovese, è proprio la sua “Villa Comunale”. Ovunque si trovi, qui o nelle Americhe, alla prima occasione, a bella posta, parla della Villa, elencando con meticolosa decorazione ogni angolo, i bei viali alberati ed i zampilli d’acqua. A chi entri nella Villa, subito gli viene dinnanzi allo sguardo, don Carlo Ruggiero, un mezzo busto in marmo di bella fattura, ed una data: 1880.”

Francesca Perrelli, IV A


mercoledì 24 gennaio 2018

Riflessione all’indomani del 17 novembre. "Viaggio controvento, vento di primavera." Contro ogni genere di strumentalizzazione.

Ieri c'è stata la manifestazione studentesca del 17 novembre per i diritti dello studente e della sua libera espressione, e oggi mi trovavo a riflettere, ad elaborare tutto quello che ho provato durante la mia ultima manifestazione del 17 novembre qui al liceo, che ormai da anni costituisce una sorta di tradizione per noi studenti, in particolare del Gerace, che ogni anno ci teniamo a riproporla e ad organizzarla con le altre scuole del territorio.
Quest'anno il sole non è stato dalla nostra parte, ma già dalle 8:00 cominciavamo a ritrovarci in piazza: "E ora che si fa?" "L'impianto non si può montare" "La facciamo ugualmente la manifestazione?"
Alla fine ce l'abbiamo fatta, ci siamo mobilitati per trovare un piano B, e la giornata è riuscita alla grande. 
Ho visto confronto, entusiasmo, interesse, partecipazione.
A volte c'è ancora qualcosa che non va, anche in questi eventi, proprio qualcosa che va contro tutto ciò per cui è nata la manifestazione. 
Interessi che vanno oltre la purezza degli ideali e delle lotte studentesche, parole fuori luogo che cercano di strumentalizzare giornate come queste basate sulla condivisione e sulla collettività.
Ma quando, dopo l'assemblea, nonché il momento indubbiamente più importante della giornata, mi sono seduta cinque minuti a godermi una canzone del concerto finale, con accanto alcune delle persone che hanno dato anima e corpo per questa manifestazione, tutto è ritornato in armonia con il circostante, ogni cosa al suo posto, mi sono sentita bene per ciò a cui è stato dato vita. 
In quel momento, quel semplice concerto, una voce e una chitarra acustica, dopo un'assemblea, sono stati un vero e proprio momento di aggregazione, e pensandoci bene, col senno di poi, il concerto ha avuto quasi la stessa importanza dell'assemblea: due elementi complementari, perchè le parole dette in assemblea rischiano di diventare "solo parole" quando poi, il momento in cui sei al centro dell'attenzione termina, e tocca essere, come è corretto che sia, uno studente in mezzo agli altri, seduto con gli altri, uguale agli altri, che condivide emozioni con tutti quanti, da qualsiasi scuola essi provengano, sullo stesso piano. Se ci si sottrae proprio a questo, allo stare insieme dopo il momento "formale" di confronto in assemblea, tutto muore.
E poi, la luce negli occhi di chi rimane ad aggiustare, a raccogliere le carte in un palazzetto quasi ormai vuoto mentre risuonano le note delle canzoni, di chi saluta prima di andarsene, gesto banalissimo che sembra quasi scontato.
Durante il corteo gridavamo "cos'è questo?" "E' un atto di libertà intellettuale".
E, per chi è stato presente per la purezza degli ideali studenteschi senza ulteriori interessi, lo è stato davvero, ed è stato bellissimo.
"Controvento, vento di primavera" contro ogni sopruso  e strumentalizzazione di qualsiasi genere.

Alessandra Cananzi, V A

Da Sud

Da sud 

Esattamente, questo è l'ultimo album del rapper calabrese Kento, nato a Reggio di Calabria ed emigrato a Roma nel 1995. Da sud provengono le parole di Kento, il suo accento, le sue storie, la sua musica, il suo cuore. L'mc meridionale è stato ospite del nostro liceo nell'ultima assemblea di istituto, quando noi ragazzi, subito dopo le prove per la notte bianca, ci siamo recati al cinema Gentile di Cittanova, pronti ad accogliere i messaggi che Kento ha voluto trasmetterci con l'hip hop. La giornata è stata basata totalmente sul confronto trattando temi di attualità, soprattutto riguardo alla nostra terra, del mercato musicale, del suo libro e ovviamente di hip hop. L'assemblea si è conclusa con una dimostrazione di rap a cappella, alla vecchia maniera, dove le parole non avevano bisogno di nessuna base strumentale, le rime come proiettili hanno colpito i nostri cuori; allo stesso modo le parole della madre, che dopo aver assistito all'intera assemblea si è voluta congratulare per non aver mai visto un incontro del genere.
Queste sono alcune delle domande che i ragazzi hanno fatto:

1) Nel tuo ultimo album c’è una canzone intitolata Ribelle; per te nel 2017 che vuol dire essere ribelle?
Per me ribelle significa avere la forza, la volontà, il bisogno di esprimersi, di dire le cose, di esprimere dissenso, di non allinearsi al pensiero unico che permea un po’ tutto, dalla politica alla tv, a internet e al rap italiano.

2) Come l’ascoltatore si deve approcciare al rap?
In maniera critica, non presupponendo che tutti i rapper abbiano la verità in mano, non presupponendo che tutti i rapper siano più intelligenti di voi che li ascoltate e facendovi sempre delle domande su quello che andate ad ascoltare. Per come la vedo io, il rap è un genere molto legato al concetto, cioè io non sono capace di dire tante parole senza esprimere tanti concetti. Mi fanno un po’ di ammirazione e un po’ di paura i miei colleghi che fanno dischi che durano un’ora pieni di parole in cui non c’è neanche un concetto. Sicuramente voi avete il potere di dare successo o fallimento a un rapper. Nel momento in cui comprate un disco, andate ad un concerto o anche date una visualizzazione su YouTube dovete chiedervi se l’artista lo merita, se l’artista dice delle stupidaggini dovete farglielo sapere, anche perché con l’aiuto dei Social Network oggi è molto più facile.  
Non sopporto i rapper che parlano di codeina o sciroppo per la tosse come se fosse una fosse cosa normale o giusta. Praticamente si usano grosse dosi di sciroppo per la tosse alla codeina per drogarsi, mescolandola alla sprite e ad altre bibite e se ne parla come se fosse una cosa normale, più o meno tranquilla, che non fa niente. NO, ragazzi, è l’esatto opposto, la codeina è un oppiaceo della stessa famiglia dell’eroina e un rapper che parla con leggerezza di questa cosa a ragazzi anche più piccoli di voi, si prende una responsabilità mostruosa. Quindi occhio, pensate con la vostra testa, esercitate l’ascolto critico e vi giuro che bere un bicchiere di oppiacei non è la stessa cosa di bere un bicchiere di vino, state attenti e ragionate con il vostro cervello!

3) Che musica ascolti?
Io non ascolto moltissimo rap italiano, però mi piace molto Mezzosangue, Nitro, molta roba underground napoletana come mc oz, mi piace Egreen che tra l’altro conosco ed è mio amico, mi piace Claver Gold. Non è tutto bellissimo, ma non è tutto da buttare. Per quanto riguarda il rap americano, dei giovanissimi ascolto Kendrick Lamar, Joey Badass, poi ovviamente il rap degli anni novanta, essendo cresciuto durante la golden age del rap, quindi i miei rapper preferiti in assoluto sono Tupac e Notourius B.I.G.

4) Qual è stata la tua ispirazione per cominciare a fare musica?
Erano gli anni novanta, c’erano anche gruppi italiani come i Sangue misto o i Colle der fomento.  Mi sono accorto che con questo genere musicale si potevano dire delle cose e siccome io avevo parecchio voglia di dire delle cose e forse anche qualcosa da dire ho incominciato a scrivere. Chiaramente dal cominciare a scrivere a farlo diventare qualcosa di più serio passa parecchio tempo, ovviamente le prime cose che scrivevo io erano terribili proprio, è un’arte che si perfeziona con il tempo. Sicuramente dal mio punto di vista il fatto che ho preso la strada più lunga, la strada più difficile, mi ha portato dei risultati a lungo termine. Anche voi, se scrivete rap, ma non solo rap, se vi esprimete con la parola fateci caso, c’è un modo veloce e un modo lento, a volte il modo veloce non è detto che sia il migliore; del resto c’erano rapper di cui fino a due anni fa si parlava tantissimo, erano sulla cresta dell’onda e adesso sono completamente spariti e questo la dice lunga, quindi secondo me la strada più difficile è quella che porta più lontano.

5) Secondo te quali sono i punti di forza e allo stesso tempo i punti deboli della nostra regione?
Io penso che la forza della nostra Calabria non debba essere tanto la nostra storia, seppur millenaria antica e importante, non debba essere la nostra cultura, anch’essa millenaria antica e importante, né i nostri stupendi paesaggi. Penso che la vera forza della Calabria debba essere la nostra gente. Quindi tutto quello che io faccio, tutta la mia attività, anche essere qui oggi e parlare con voi e parlare con i ragazzi, quindi il futuro della nostra regione. Non sarei completamente sincero con voi se non vi dicessi che chiaramente anche il peggio della nostra Calabria passa dalla nostra gente, non tutto, ma buona parte; non siamo i soli ad avere la responsabilità di come stiamo adesso, ma siamo i principali responsabili. Io penso che la Calabria sia una terra di enorme contrasto, dove c’è il bellissimo e il bruttissimo, che molto spesso vanno di pari passo. Appunto per questo è più importante, per voi che siete qua e per chi rimane qua, cercare di essere dalla parte giusta e cercare di fare leva su quanto di bello c’è, ed è tantissimo, piuttosto che dare forza a quanto c’è di sbagliato e che ci affossa e ci continuerà ad affossare se non facciamo qualcosa per cambiare.

6) Perché scrivi?
Perché non posso fare a meno. Il fatto che chi scrive lo fa principalmente per se stesso è vero, io non ho mai avuto il blocco dello scrittore nella mia vita, io adesso potrei girarmi da questo lato prendere una penna e scrivere una strofa, non ho problema.
Per me scrivere è un’esigenza, non riesco a farne a meno, infatti cerco di non scrivere sempre, di prendermi dei giorni o delle settimane intere di pausa, in modo che questa voglia e questo bisogno di scrivere sia talmente forte che appena poggio la penna sul foglio poi è tipo scrittura automatica. Le mie strofe più belle le ho scritte in una ventina di minuti, proprio perché avevo delle cose da dire con urgenza e sono venute fuori da sole, direttamente sul foglio.
Salvatore Startari, V C

La lunga Notte del Liceo Classico - terza edizione

Perché trascorrere una serata in compagnia del Gerace



La Notte Bianca dei licei classici è un’iniziativa nazionale, nata per promuovere le bellezze classiche e non solo. La notte bianca del liceo classico Vincenzo Gerace è frutto di impegno costante e tanti sacrifici. È una serata all’insegna della cultura e del divertimento, durante la quale si susseguono rappresentazioni teatrali, prove di cultura generale, numeri di danza ed esibizioni di canto. Il tutto è laboriosamente curato dagli studenti, che possono contare sull’appoggio costante dei docenti e del personale ATA, premurosamente attenti alle esigenze di ogni singolo alunno. È per questo che il Gerace è un completarsi l’un con l’altro, è quel luogo in cui nessuno ha timore di mostrare le proprie debolezze, che vengono colmate da chi non ha bisogno di affermare la propria “superiorità”, bensì offre il proprio aiuto con gentilezza e umiltà. Le giornate che precedono il grande evento sono tutte un fremito, un’affannosa corsa contro il tempo, un affollarsi di gente tra i corridoi, di materiali messi alla rinfusa e di chi, invano, tenta di mettere un po’ d’ordine. La nostra scuola è il non plus ultra dell’affabilità e della coesione, e la realizzazione di questo grande progetto non può che rappresentare il risultato perfetto di questi valori che quotidianamente respiriamo tra le mura scolastiche.

Adele Furfaro, V A


Notte Bianca, un simbolo del Liceo Classico 


Quest'anno il V.Gerace presenta, il 20 Gennaio 2018, la terza edizione della Notte del Liceo Classico. Come sempre, ogni classe ha messo su le proprie idee, cercando di realizzarle al meglio, grazie pure alla collaborazione dei professori.
Gli studenti si esibiranno in vari spettacoli e rappresentazioni, e ciò sarà coordinato dal servizio d'ordine e dall'accoglienza. La Notte Bianca non solo promuove la cultura Greca e Latina, ma è anche un modo per collaborare fra studenti e metterci il proprio impegno.

Giorgia Mandaglio, I A





Cittanova e la Guerra Servile: Spartaco in Aspromonte

La storia del territorio di Cittanova è molto più antica di quello che pensiamo: tra il 72 e il 71 a.C. fu teatro della guerra servile.
Un passo indietro: i piani di Spartaco
Dopo la ribellione, il progetto originario di Spartaco era quello di valicare le Alpi in modo che ognuno degli schiavi si mettesse in salvo; così non avvenne poiché un ingente gruppo di schiavi, guidati dal gladiatore Crixus, si abbandonò a saccheggi e violenze. Dopo diverse battaglie contro le truppe romane, Spartaco decise di discendere lungo la penisola, con l’obbiettivo di raggiungere la Sicilia con le navi che avrebbero dovuto mettere a disposizione i pirati cilici; ma i Cilici non si presentarono e i Romani riuscirono a “intrappolare” l’esercito servile presso la punta della Calabria. L’unica possibilità che si prospettò per Spartaco fu di forzare il blocco delle legioni e risalire verso nord. Lo scontro avvenne sul dossone della Melia, in Aspromonte.                                                                                                                                                                                                                                                      Durante la sua risalita, Spartaco sostò a lungo ai piani di Zervò, aiutato dalle popolazioni montane; contemporaneamente i Mamertini di località Mella (presso l’odierna Oppido) lo rifornirono di cavalli. La sosta durò abbastanza a lungo da esaurire ogni probabilità di ulteriore aiuto da parte delle popolazioni locali e da concedere ai Romani il tempo necessario per organizzare una spedizione militare contro Spartaco e creare una rete di fortificazioni nel luogo dove sarebbe avvenuto lo scontro.                                                                                                                                  Il comando delle legioni, formate quasi esclusivamente da Lucani, venne affidato a Marco Licinio Crasso, che si ipotizza avesse anche interessi personali nel bloccare l’esercito servile, in quanto ricco possidente di decine di migliaia di ettari di latifondo e migliaia di schiavi coltivatori nell’attuale Piana di Gioia Tauro, in parte già disboscata e mandata in coltura dopo la costruzione della Via Annia Popilia (132 a.C.).
Archeologia e territorio: le fortificazioni
Il dossone della Melìa costituisce il punto più stretto dell’Aspromonte, dal quale è possibile avere una visuale completa del versante tirrenico e di quello ionico: fu quello il luogo scelto per bloccare definitivamente Spartaco, che risaliva da Sud.                                                                                    Agli alleati Locresi viene affidato il presidio del versante orientale presso la fortificazione di Bracatorta, già utilizzata dalla polis in epoca magnogreca, in quanto si trovava accanto alla principale mulattiera che collegava Locri alla subcolonia Medma; tale presidio fu ulteriormente rafforzato mediante lo scavo, a ovest della fortificazione, di tre avvallamenti artificiali (i cosiddetti vadunati) ancora oggi osservabili sotto la faggeta dii Coculedi. Tali avvallamenti paralleli, muniti di pali aguzzi sul loro fondo, avevano la duplice funzione di proteggere il fronte locrese e di costringere i servili a dirigersi verso la grande fossa di Mortaro, anch’essa munita di pali, che avrebbe impedito la fuga verso nord-est; tale fossa era circondata da un muro a secco dotato di rampe di accesso ancora distinguibili. Questa struttura difensiva fu rafforzata da un ulteriore palizzata. A sud di Mortaro si estende un vasto piano di felci denominato Tonnara / Tinnaria, dove sicuramente Crasso aveva intenzione di spingere i servili verso la “mattanza”: la fossa sarebbe così diventata una camera mortuaria.
 Il fatto che potesse esistere una possibilità di fuga verso il versante ionico anche più a sud, poco dopo la timpa della donna, per mezzo della mulattiera che attraversa l’attuale Antonimina, induce a pensare che anche in questa zona potessero trovarsi importanti presidi militari, dei quali ancora non è stata rinvenuta alcuna traccia archeologica.
Sul versante occidentale furono, però, costruite le maggiori fortificazioni: in località Palazzo emergono i resti di una caserma con funzione di controllo in caso di eventuali sortite dei ribelli da Cucurucà attraverso le scarpate del torrente Lo Stretto. L’accesso alla fortezza venne bloccato da un triplice avvallamento, continuazione di quello di Bracatorta, probabilmente munito di ponti levatoi verso i quali si dirigeva una strada in basolato ancora visibile, la quale doveva costituire uno dei diverticoli della Via Grande citata in molti documenti di XVII e XVIII secolo.
In località Marco è stata rinvenuta una struttura identificata come forno di fusione del piombo con il quale venivano realizzati i proiettili per i frombolieri, data la presenza di letargirio (il vapore rappreso del piombo in fusione) sulle pareti interne; altre stutture simili sono state rinvenute a Mortaru e a Padduni, nonché presso la faggeta di santu Trabissu.
Il versante occidentale risultava essere quello più protetto e presidiato non solo per  le fortificazioni sul piano della Melìa, ma anche per quanto concerne i presidi posti su tutti i sentieri che dalla dorsale conducevano all’odierna Piana di Gioia Tauro (e ciò la dice lunga sugli interessi che i Romani avevano nella zona), come quelli tra i fiumi Serra e Marro e presso il fiume Vacale; i sentieri di collegamento furono bloccati sia su piano Melìa presso le discese da Santu Trabissu, Passo del Mercante e Scarpa della Pietra, sia ai punti di sbocco in pianura presso Campiccciolo, Santa Maria della Catena (posta sull’attuale via del cimitero di Cittanova, che costituiva il punto d’arrivo della mulattiera che partiva dal passo del Mercante) e Scroforio. Spesso sono anche i toponimi a essere d’aiuto nell’ambito delle ricerche effettuate sul territorio, come nel caso di Scroforio, che si rifà a Scrofa, luogotenente di M. Licinio Crasso durante la guerra servile, o del nome Marco, che senza dubbio si riferisce al celebre comandante; ma anche toponimi come Palazzo richiamano alla mente la presenza di antiche fortificazioni, rimaste nella memoria collettiva degli abitanti di quei luoghi. Per esempio il fatto che nella Piana di Gioia Tauro ricorrano numerose località denominate Torre o Torretta, che si succedono sempre più o meno alla stessa distanza, seguendo sempre la stessa direzione, verso le campagne di Crasso (odierno Grasso) e Benevento nella bassa pianura di Polistena, costituisce un’ulteriore traccia di una rete di torri di avvistamento.
Lo scontro in Aspromonte
Spartaco e il suo esercito vennero imbottigliati sul piano di Melìa, senza alcuna possibilità di ricevere aiuto, in quanto la loro alleata Mamerto era stata distrutta da Scrofa per ritorsione ai Mamertini che avevano dato pieno appoggio ai ribelli. Lo scontro avvenne in inverno, e sulla dorsale nevicava.
Nonostante gli attacchi incrociati di arcieri e frombolieri, i servili tentarono di colmare la fossa di Mortaro, e ci riuscirono nella parte orientale, dove i lavori non erano stati completati a causa della presenza di rocce, riempiendola con cadaveri di uomini e animali, con tronchi d’albero e terra, in modo da consentire a Spartaco e a un terzo dei suoi uomini di attraversarla.
La vicenda si concluderà, quindi, altrove; ma cosa accadde ai restanti due terzi dell’esercito di Spartaco? Il nome della località Mortaro sembra rimandare a un luogo di seppellimento, come indicherebbe la stipe votiva funeraria ivi rinvenuta, quando, circa settant’anni fa, fu impiantata la pineta. Probabilmente la vicenda di Melìa si concluse con uno sterminio, conoscendo la crudeltà di Crasso e le maniere sbrigative dell’esercito romano. Forse non saremo mai in grado di dirlo con precisione.
Intanto, tra i faggi, sembra quasi rivedere i soldati di Spartaco muoversi con cautela, affidare le loro speranze di libertà anche alle nostre montagne...



Bibliografia
Domenico Raso, Zomaro – La montagna dei sette popoli, Laruffa Editore;
Domenico Raso, Tinnaria, antiche opere militari sullo Zomaro, in “Calabria sconosciuta” n. 37;
Rossella Agostino e Maria Maddalena Sica, Archeologia e paesaggi dal Porthmòs alla Sila silva Tauricana, Laruffa Editore;
Plutarco, Vite parallele.
Ricerca a cura di Nicoletta Anastasia Deni, IV A

Vincenzo Gerace, un cittanovese illustre

Vincenzo Gerace nacque a Cittanova (Reggio di Calabria) il 29 giugno 1876, primogenito di otto figli, da Giovambattista e Maria Angiola Giovinazzo.
Negli anni della prima giovinezza seguì la famiglia nei trasferimenti dovuti alla professione del padre, magistrato di carriera: a Nicosia, nel 1886, dove iniziò gli studi ginnasiali; più tardi, nel 1894, a Catania, dove frequentò il liceo e si iscrisse alla facoltà di lettere. Dopo due anni, in crisi intellettuale, interruppe gli studi e si ritirò a Sciacca, dove rimase dal 1898 al 1900, dedicandosi a letture disordinate e alle prime prove poetiche. Nel 1901, trasferitosi a Palermo, riprese gli studi universitari, in cui ebbe a maestro G.A. Cesareo.
Pur non giungendo mai alla laurea, negli anni palermitani Gerace cominciò a partecipare attivamente alla vita culturale della città: collaborò, infatti, al quotidiano L'Ora, pubblicò un poemetto, Il fonte della vita (Palermo 1901), e stabilì fervidi contatti con il mondo intellettuale siciliano, in cui spiccavano, tra le altre figure di rilievo, M. Rapisardi e G. Gentile, attraverso il quale ebbe modo di conoscere personalmente B. Croce.
Alla fine del 1909, la necessità di trovare una sistemazione lo spinse a trasferirsi a Roma. Qui portò a termine un romanzo a sfondo autobiografico, iniziato nel 1907, La grazia (Napoli 1911), che gli fruttò, ex aequo con L. Siciliani, il premio Rovetta per il biennio 1911-12.
Ambientato in un paesino della Calabria, segue la vicenda interiore di un giovane, Lorenzo - in cui facilmente si può riconoscere la fisionomia morale di Gerace - in preda a una profonda crisi di valori che lo porta a interrogarsi con inquietudine sulla vita e su Dio. Questa riflessione spinge il protagonista ad abbandonare i vizi giovanili per convertirsi a una disciplina di umiltà che, una volta trasferitosi a Roma, intende testimoniare in un romanzo. Come ebbe a notare G.A. Borgese (La grazia, in La vita e il libro, terza serie, Bologna 1928, pp. 157-163), tra i più attenti critici di Gerace, l'opera, pur mostrando alcuni lati deboli (assenza di una solida tecnica narrativa, mancanza di unità psicologica del personaggio), rivelava comunque l'energia rappresentativa di "uno che ha letto molte volte l'Inferno dantesco, e ha letto poco Balzac e Flaubert" (p. 160).
Questo primo successo letterario, tuttavia, non comportò un significativo miglioramento della situazione economica di Gerace, il quale, nel 1912, accettò l'impiego propostogli da Croce presso la Biblioteca della Società napoletana di storia patria. Trasferitosi a Napoli, l'assidua frequentazione con Croce e l'intensificarsi degli studi filosofici, determinarono una sua iniziale, decisa, adesione all'idealismo seguita da un altrettanto radicale distacco sancito dal saggio Storia ideale dell'Io, scritto nel 1913 ma pubblicato più tardi, con altre prose critiche e filosofiche, nella raccolta La tradizione e la moderna barbarie (Foligno 1927).
Alla morte del padre, nel 1915, e anche per il deteriorarsi dei rapporti con Croce, rientrò a Roma per assistere la madre. Ma non vi rimase a lungo, in quanto l'anno dopo fu richiamato alle armi e, dopo aver seguito il corso accelerato per allievi ufficiali a Torino, venne destinato in servizio territoriale a Venezia con il grado di sottotenente. Interventista acceso, ottenne successivamente di essere inviato alla milizia attiva nel 4° e 5° reggimento di artiglieria a Fortezza, in Alto Adige, quindi, per l'aggravarsi di una malattia intestinale che lo aveva tormentato fin dall'adolescenza, fu trasferito presso il forte di Mestre.
L'esperienza bellica lo aiutò a uscire dalla sterile irresolutezza generata dalla sua inquietudine intellettuale, inducendolo a chiarire a se stesso le ragioni di un suo totale impegno nell'attività poetica. Ottenuto il congedo, tornò a Roma, quindi, dal 1919, insegnò italiano a Bari nel locale istituto tecnico finché, nel 1921, la legge Croce - che impediva l'esercizio dell'insegnamento a chi non possedesse un titolo accademico - lo costrinse a rientrare a Roma.
Nel 1926 arrivò anche un importante riconoscimento all'attività poetica d Gerace, con il premio di poesia dell'Accademia Mondadori, cui aveva partecipato su sollecitazione di Borgese, pur fra molti contrasti e incomprensioni che ritardarono la pubblicazione della raccolta che aveva ottenuto il premio, La fontana nella foresta (Milano 1928).
Questa silloge si articola in cinque sezioni che scandiscono una sorta di percorso iniziatico: Eros, la prima, è di ispirazione amorosa e vitalistica; Psiche, in cui prendono il sopravvento malinconia e delusione, contiene il poemetto eponimo della raccolta, La fontana nella foresta, narrazione di un episodio della fanciullezza di Gerace, in cui la scoperta del complesso edipico viene sublimata attraverso la rievocazione poetica; Dionisos, include uno dei componimenti più intensi, L'ospite ignoto, che mette in scena una personalità scissa, animata da violente passioni; Thanatos, è caratterizzata dai toni cupi della morte e del nulla, in piena evidenza nel componimento finale della sezione, L'indivisibile compagno; Urania, segna il definitivo approdo a un'atmosfera di contemplazione e di serenità raggiunta attraverso l'arte e il rapporto con il divino, inteso in chiave panteistica. Chiude il libro Negli orti di Academo, un gruppo di epigrammi satirici in cui Gerace difende, con piglio bonariamente ironico, il suo modo antimoderno di fare poesia, anticipando per molti aspetti la polemica antiermetica di G. Noventa. Per il resto la sua ispirazione, anche nel postumo Variazioni musicali (a cura di G. Gerace, Milano 1934) è fortemente determinata dal suo ricollegarsi ai classici, sia greco-latini (Anacreonte, Catullo, Virgilio) sia italiani (Dante, Petrarca, Leopardi, Carducci, D'Annunzio), con talune incursioni nella poesia romantica inglese (P.B. Shelley, J. Keats); il più scoperto esercizio di imitazione, come pure le movenze musicali ispirate alla poesia del passato, vengono rivissute in chiave personale e, per dirla con U. Saba, "onesta", ma inevitabilmente incorrono nella retorica, laddove la radice dell'ispirazione sia meno intensamente rielaborata. Nonostante il successo ottenuto al concorso, l'attenzione alla poesia di Gerace, giudicata troppo tradizionale e démodée, svanì presto. L'amarezza che ne conseguì contribuì probabilmente all'aggravarsi dell'ulcera duodenale di cui soffriva da tempo.
Sottoposto a intervento chirurgico, morì a Roma, il 18 maggio 1930. Il 20 agosto 1923 aveva sposato Giulia Becciani, da cui ebbe due figli, Giovan Battista e Leonetta.
A Vincenzo Gerace è dedicato l’istituto comprensivo Classico-Artistico di Cittanova (RC), rinomato per la sua importanza storico-culturale e per l’amore per il sapere che quotidianamente viene trasmesso agli studenti, fieri di possedere amor proprio.
Bibliografia: Enciclopedia Treccani


Ricerca a cura di Monica Crimeni, IV A

domenica 21 febbraio 2016

La lunga notte del Liceo Classico


Il 30 Gennaio il Liceo Classico ”Vincenzo Gerace” ha aperto le porte a tutta la comunità organizzando un evento svoltosi alla perfezione, grazie alla grandissima collaborazione ed alla sinergia che si è creata tra rappresentanti, professori e studenti.
La lunga notte è cominciata alle 16.30 con il corteo nuziale partito dalla villa comunale di Cittanova: ragazzi e ragazze vestiti con abiti tipici del mondo antico hanno accompagnato il corteo numeroso con canti, fiaccole e strumenti musicali.
Successivamente, l’inizio della lunga notte è stato ufficializzato dall’accensione di una fiaccola nel cortile dell’Istituto.
L’evento è stato caratterizzato da molti spettacoli e varie performances, organizzati dagli studenti insieme ai rispettivi professori: rappresentazioni teatrali, esibizioni musicali, presentazioni di libri, degustazioni di piatti tipici romani, giochi, cineforum e altro ancora hanno arricchito la serata.
Di particolare rilievo sono state le rappresentazioni teatrali che hanno deliziato le centinaia di persone accorse nella scuola: l’ ‘Antigone’ di Sofocle, l’ Amleto’ e ‘Romeo e Giulietta’ di Shakespeare, alcune commedie prese dal teatro romano e infine ma non per importanza una rappresentazione di teatro fisico ispirata alla storia di Catullo e Lesbia, di particolare suggestività.
Tra le presentazioni di libri ci sono state ‘Ti ho vista che ridevi’ di Lou Palanca, un collettivo di quattro autori calabresi e ‘Amore In Endovena’, un libro di poesie , scritto da Elisa  Mesiani, un ex studentessa della scuola, diplomatasi l’anno scorso.
Altri eventi innovativi e suggestivi sono stati ‘Una notte al museo’, in cui dei ragazzi si sono vestiti da opere d’ arte e hanno preso vita , il cineforum,  la sala dei cosmetici e alcune presentazioni power point molto interessanti.
La lunga notte del Liceo Classico ha avuto un grandissimo successo e ha suscitato molto clamore.
La scuola, guidata da rappresentanti e professori, è riuscita a creare qualcosa di nuovo che nessuno aveva  mai visto prima, i ragazzi  con collaborazione e spirito di iniziativa hanno dimostrato che l’ unione fa la forza e la forza porta a cose spettacolari, proprio come questa
.
Inoltre, alleghiamo qui di seguito un post scritto dal nostro ex rappresentante d'Istituto Antonino Sciotto su Facebook, che ora si trova a Bologna per frequentare l'università, ma che ancora riesce a trasmettere il suo entusiasmo e amore per questo Liceo e quello che può dare.

"Non ho mai espresso il mio parere su Facebook, anzi, ho sempre detto cazzate, e probabilmente chi legge se ne aspetta una, ma stavolta no. Mi preme parlare della mia Scuola, il glorioso Liceo Classico "Vincenzo Gerace" di Cittanova, leggasi Cittanova, quindi non Roma o Milano, ma il semplice paese di una provincia considerata pessima, e in una regione considerata più che pessima, e i motivi ci sarebbero pure. In questo Liceo che non supera i 300 Studenti e che rischia da tempo immemore l'accorpamento, Sabato scorso è stato organizzato qualcosa di speciale, Sabato i Ragazzi , i Professori, il Personale e la Preside (maiuscole volute) hanno dato vita alla Notte del Liceo Classico, e si sono prodigati ininterrottamente per mostrare ai presenti cosa significa Cultura Classica, e che cos'è il Liceo Classico. Attori principali i ragazzi, che con un'unità che io non avevo mai visto prima, e che probabilmente nessuno a memoria d'uomo ricorda, hanno dimostrato di essere una grande famiglia, sicché, quando mi parlano di generazioni social/selfie/sabato sera/pilielana a me parte un movimento dal basso ventre che arrivando agli organi della comunicazione si traduce in un sonoro "CAZZI". Questi Ragazzi hanno dimostrato chi sono e cosa sono in grado di fare, io non ho nemmeno ancora letto l'articolo della foto, perché a me della rilevanza o del numero di persone non importa nulla, perché anche se Sabato fosse entrata una sola persona, costretta dal freddo, sarebbe stato un SUCCESSO comunque, quindi penso di poter dire#ilgeracenonmuoremai , avanti a gamba tesa Ragazzi!"

Leopoldo Prestileo