Giacomo Leopardi. “L’Infinito”. Il silenzio. Il
suono del silenzio che alberga nel cuore, nella mente, nell’anima: parla, urla,
impercettibilmente si fa sentire, si muove nella parte più profonda di noi
stessi, si quieta, tace. La contemplazione della natura è ciò che maggiormente
si avvicina a quell’idea utopistica del silenzio, inesistente, al giorno
d’oggi, nella nostra società “urlata”. L’uomo traballa come la fiamma di una
candela di fronte all’immensità, all’assenza di suoni; è necessario riempire
quel vuoto che si viene a creare inevitabilmente in ognuno di noi con ogni
mezzo a nostra disposizione, con parole, gesti, oggetti, fino a dimenticare
l’interesse primario: allietare la vita placandone i misteri. Ma non si può
finire l’infinito. E non è possibile far tacere il silenzio. L’umanità, oramai
abituata alla perfezione delle macchine, alla grandiosità di opere architettoniche,
all’immensurabilità delle città, vere giungle di asfalto, di cemento, di vetro,
di alluminio, ha scordato il fascino delle piccole cose; eppure ad ogni istante
si incontrano bellezze naturali che racchiudono in sé una vera, intima poesia.
Ma più dell’apparente vastità fisica io penso che sia il subconscio affiorante
che emoziona, rende particolarmente sensibili a problemi complessi che
sottilmente turbano e confondono. Nel silenzio, che non fa mai lo stesso
rumore, ci sono le soluzioni dei misteri che governano l’umanità senza che essa
possa trovarne i bandoli, senza che essa riesca neppure a decifrarli
lontanamente. Di fronte a questi misteri, che in momenti delicati, quasi
sospesi tra realtà e sogno, si affacciano alla mente e, simile ad una marea insidiosa,
la sommergono e la soffocano, l’uomo vacilla, perché la logica esplode, il
ragionamento si annulla, la realtà si deforma.
Il poeta de “L’Infinito” ricerca il piacere della
contemplazione della natura come unico conforto ma, inevitabilmente, investe la
vita umana, lo spazio, il tempo, la morte. Leopardi immagina nel suo pensiero
un paesaggio interiore senza confini (“interminati spazi”), silenzi di una
solitudine sconosciuta all’uomo (“sovrumani silenzi”), una pace immensa
(“profondissima quiete”), ove il cuore sembra quasi smarrirsi.
Nell’animo umano
scaturiscono dubbi, domande, perplessità, che solo il silenzio può alleviare.
Che cos’è l’amore? Da cosa scaturisce? Perché chi ama si sente pronto a
qualsiasi sacrificio, e compiere una rinuncia in suo nome è esaltante e
meraviglioso? Che cos’è l’amore che confonde le carte della vita, che sovverte
lo scorrere normale dei sentimenti, perché mette il fuoco là dove c’è
l’equilibrio e la calma, perché mette altruismo là dove c’è amore inconscio di
se stessi ed egoismo? Che cos’è la morte, il mistero più grande, che riduce il
corpo di un uomo, quel corpo così vitale, elastico, vivace, ad una massa
orrenda di liquame? Che cos’è la morte? La partenza dell’anima, dell’entità
misteriosa che governa i fili della nostra esistenza, che crede in qualche cosa
di superiore, che fa distinguere il bene e il male e fa preferire il primo
anche se il secondo potrebbe essere godimento del corpo, vendetta appagata,
odio placato?
L’infinito che oltrepassa i limiti, che scardina gli
orizzonti, che va oltre il pensiero, oltre il sentimento, grava sul capo
dell’umanità come una lieve massa che talvolta, quando si è a tu per tu con il
proprio “io”, può farsi pesantissima, mentre tutto il resto perde d’importanza
e barcolla. “Il silenzio è un dono universale che pochi sanno apprezzare. Forse
perché non può essere comprato. I ricchi comprano rumore. L’animo umano si
diletta nel silenzio della natura, che si rivela solo a chi lo cerca.” (Charlie
Chaplin).
Ciascuno di noi,
attraverso il palpitare, l’intuizione, la fede dell’anima, può accostarsi con
speranza e fiducia al mistero del silenzio, sicuri che, al momento della fine,
riusciremo a capire tutto. E sarà così il principio!
Monica Crimeni, IV A
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